Vi diro’ la verita’. Ho sempre avuto telefoni cellulari da 4 soldi. E la cosa peggiore e’ che non ci ho mai sofferto troppo. Così devo dirvi che i primi giorni in cui ho maneggiato questo supertelefonino l’ho fatto con una riverenza forse superiore al necessario. Un telefono del genere, in effetti, un poco mi impaurisce. Premesso questo, forse la domanda centrale sull’N95 potrebbe essere:
“E’ possibile riunire in un unico device elettronico piccolo e costoso molte funzioni differenti? Posso evitare di portare in giro una fotocamera digitale, un lettore mp3, una videocamera, un navigatore satellitare, una agenda, un notebook, ecc ecc perche’ ho tutte queste cose dentro un telefono?”
Ecco: dopo una ventina di giorni che mi porto in giro questo telefono io a questa domanda continuo a non saper rispondere, per lo meno nei suoi aspetti principali.
Potrei dire sì, per esempio perche’ l’altro giorno ero in giro a Firenze e le foto che ho scattato con l’N95 sono di una qualita’ migliore di quelle della mia (vecchia) fotocamera Canon che uso di solito. Ma potrei anche dire no, visto che per esempio la meccanica della fotocamera del Nokia non e’ nemmeno lontana parente (per quello che ne posso capire io, cioe’ poco) di quella della mia Canon. E’ tutto assai relativo: diciamo che se con il Nokia mi capita di dover fare una foto, lui fa una foto, non una sottospecie di….e questo e’ certamente positivo. Nello stesso tempo l’N95 non e’ una fotocamera. E’ un telefono che scatta ottime foto.
Potrei tediarvi con le mie impressioni tecniche (l’unica ineludibile e’ che la batteria dura davvero troppo poco) ma se la scommessa di questo telefono e’ quella della eterocompatibilita’ (se posso inventare questo orribile termine) e se su questo si gioca molto del “senso” di questo apparecchio, io non riesco a farmi una idea sul fatto che si tratti di una scommessa vinta o persa. Senza contare che esistono percorsi lunghi e da qualche parte bisogna pure partire.
Resta il fatto e’ che l’N95 e’ il primo aggeggio fra quelli che mi sono passati per le mani che prova seriamente a misurarsi in modo cosi’ ampio con l’idea della compenetrazione dei device. Si tratta di una ricerca che ha molte possibili stazioni intermedie che Nokia ed altri stanno gia’ esplorando da tempo: per esempio con i telefoni che sono ottimi lettori multimediali o con quelli che hanno spiccate capacita’ video. Motorola ha appena fatto (ed e’ per questa molto citata ovunque) un telefono che (udite udite) telefona e basta e questo e’ un altro segno di questo processo di comprensione culturale dei possibili spazi di utilizzo sociale dei device elettronici.
Ecco, mentre i passi intermedi (quello di un telefono che fa molto bene anche qualcosa d’altro) mi pare abbiano una ottima possibilita’ di incontrare gia’ oggi la nostra attenzione (io per esempio sogno da anni un piccolo device portatile che scatti foto di qualita’ e produca registrazioni video di qualita’ ) forse quello del N95 e’ un passo piu’ lungo della gamba, una dimostrazione di potenza prima di qualsiasi altra cosa.
Perche’ per Internet per esempio ci vorrebbe una tastiera qwerty che l’N95 non ha, perche’ il GPS ha qualche problema (io non sono riuscito a farlo andare ma anche qui non faccio testo, per me TomTom sono parti di una batteria) perche’ il lettore di video e’ il molto vituperato lettore della Real.
Che sia presto per riunire cosi’ tante funzioni in un unico apparecchio? Forse, come avviene per certe autovetture potentissime ed improbabili, esiste uno spazio simbolico che l’N95 oggi occupa in attesa di un nuovo modello piu’ potente piu’ leggero e piu tutto destinato a farsi carico dopodomani delle medesime aspettative.
Oppure forse non e’ cosi’ e davvero gli ingegneri che lo hanno progettato confidano nelle infinite possibilita’ di questa macchina.
Sta di fatto che io continuo dopo molti giorni che lo tengo in tasca e fra le mani, ad usargli riguardi che mi fanno assomigliare ad un patito della telefonia mobile che certamente non sono. Quindi Nokia, in una maniera o nell’altra, un risultato lo ha ottenuto: quello di infilarmi nella tasca un fottuto feticcio del quale preoccuparmi un po’. E a pensarci bene non e’ poco.